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Melindo

La sera del 28 novembre è stato ricordato Flavio Melindo, PHF, socio del nostro Club dal 1991 al 2018. La commemorazione è avvenuta durante la serata dedicata alle nanotecnologie che gli sarebbe tanto piaciuta. Il socio onorario Renzo Stradella lo aveva conosciuto, come lui stesso afferma, fin da quando Flavio aveva i calzoni corti ed ha pronunciato le seguenti parole.

 “Poche volte nella vita ci è dato di incontrare persone dotate di intelligenza fuori del comune e Flavio è stato una di quelle. Questa sua dote, caso ancor più raro, era accompagnata da una innata modestia. A queste qualità si aggiunga un altruismo totale, una ottima capacità organizzativa e una disponibilità immediata in qualunque occasione e verso chiunque.

Conobbi Flavio nel 1959 quando, insieme alle due sorelle, si iscrisse alla SUCAI, Sottosezione Universitaria del CAI Torino, e nacque subito un’amicizia che, con gli anni, divenne sempre più forte e profonda.

Flavio fu un enfant prodige: a dieci anni si costruì con pezzi di fortuna una cella per fare l’elettrolisi del sale di cucina ricavandone cloro e idrogeno, a dodici fu la volta di apparecchi radio a galena e di razzi e ruote pirotecniche. Queste ultime, che allietavano le serate tra ospiti e amici, erano alimentate con polvere nera, miscela di zolfo, carbone e salnitro ricavato grattando i muri di una vecchia cappella. I razzi erano fatti utilizzando cartucce da caccia usate, al fondo delle quali erano messi fili di balistite per dare una bella fiammata alla fine della corsa. Una sera il razzo perse il fondo con l’ugello e quindi la spinta finì con la relativa fiammata nella cucina di casa.

Finirono così i suoi esperimenti pirotecnici …

Gli studi, le medie alla Giacosa, il liceo al Galileo Ferraris, furono per lui una piacevole passeggiata, frequentava spesso l’unica piscina coperta di Torino e non studiava mai alla sera. Suo padre era infatti un po’ preoccupato: “Ma Flavio studia?” chiedeva alle sorelle. A giugno del 1961 superò al volo l’esame di maturità, in testa ai suoi 15 compagni di classe con l’eccellente media del 7,6.

Aveva nel sangue la passione per la montagna, sin da piccino suo padre lo portava, insieme alle sorelle, a scarpinare in Valpellice. Nel 1959 scoperse la Scuola di Scialpinismo della SUCAI: fu un colpo di fulmine. “quell’ambiente fatato mi entusiasmò a tal punto che da quel momento lasciai le piste per dedicarmi anima e corpo allo scialpinismo e alla montagna” è lui stesso che lo scrive.

Ottimo alpinista e sciatore, nella Scuola fece rapidamente carriera, Aiuto Istruttore, poi Istruttore, poi Istruttore Nazionale per diventare, nel ‘64 Presidente della Sucai; all’interno della Scuola nacquero le sue più belle e forti amicizie, compresa quella che lo portò all’altare. Fu in una gita della Scuola infatti, siamo nell’inverno del ‘61, che conobbe una simpatica ragazza dalla risata squillante che non si poteva ignorare, Carla Verna, e sempre in una gita, nel ’63, scoccò la fatidica scintilla.

Innumerevoli le salite di elevata difficoltà compiute in tutto l’arco alpino e questo fatto, unito alle sue competenze informatiche, gli valse l’ammissione, come web master e Socio Onorario, al Club dei 4000 del CAI, gruppo di alpinisti con un carnet di oltre 30 salite sopra i 4000 m. Dal 1961 al 1966, pur continuando ad andare assiduamente in montagna, frequentò il Politecnico e anche in questo ambito bruciò le tappe: il suo obiettivo principale non era quello di avere il massimo dei voti (non ne rifiutò mai nessuno) bensì quello di terminare rapidamente gli studi e sposarsi con quella ragazza che gli aveva conquistato il cuore. Così si laureò nel 1966 con 107/110, primo ed unico del suo corso. Seguirono gli anni del servizio militare in Artiglieria e in ottobre del ‘67 convolò a giuste nozze con la ragazza dalla risata squillante.

Trovò immediatamente un impiego nello CSELT (Centro Studi E Laboratori Telecomunicazioni), piccola società del gruppo STET avviata da poco tempo per studiare l’evoluzione della telefonia verso i sistemi elettronici dei quali non si sapeva quasi nulla. Prese servizio nel ’68 e vi rimase fino al momento della pensione. In Cselt fece un po’ di tutto, faticando ma divertendosi (sono parole sue), ottenendo grandi soddisfazioni per i risultati ottenuti nello sviluppo di sistemi hardware. Trascorse sei mesi in USA presso la Digital Communication Co. da lui definita “garage company”, dove progettò un modulatore per trasmissioni satellitari. Da ricordare la presentazione di memorie a congressi in Italia e all’estero e la partecipazione a diversi gruppi di lavoro internazionali, in particolare al piano di ricerca sulle telecomunicazioni (RACE) organizzato dall’Unione Europea.

La vita scorre e così nel ’70 nasce un bellissimo bambino che seguirà in tutto le orme paterne: metterà i primi sci (“Ma scivolano!”), le prime pelli di foca, le prime gite di scialpinismo e in breve supererà il padre per tecnica e prestanza. Questo figlio darà molte soddisfazioni ai genitori per i risultati scolastici, per i molti interessi e per intraprendenza e indipendenza. Seguendo le orme dei genitori, a 25 anni si sposerà: sarà una unione felice che vedrà la nascita di tre bei nipotini.

Flavio e Carla hanno sempre amato andare a spasso, dai viaggi organizzati a quelli privati in mezzo mondo, dai campeggi al mare, prima in tenda poi in camper, fino al massimo dell’avventura: i mitici “campeggi nautici”. Caricata su due o tre gommoni tutta l’attrezzatura da campeggio, vestiario, carburante, acqua dolce, elica di ricambio ecc. via lungo le coste italiane per una settimana.

Abbandonata la vita troppo rude e venuti a più miti consigli prende vita una nuova attività: il trekking delle Alpi con un nutrito gruppo di amici di vecchia data (età media a fine trekking: 67 anni) obiettivo percorrere tutto l’arco alpino a tappe di una settimana spostandosi da rifugio a rifugio, in totale 1.300 km e 73.000 m di dislivello. Di questa avventura Flavio curò la stesura di un libro “Le Alpi per lungo (e per largo)”, quasi una guida per chi volesse ripetere l’avventura.

All’inizio del secondo millennio Flavio va in pensione ma, instancabile come è, continua a lavorare da libero professionista: consulenze presso grosse aziende, perizie in cause aziendali, progettazione e gestione di importanti siti web. Lasciati i mestieri retribuiti, spesso poco o zero, continua dedicandosi alla coralità, altra sua grande passione. Entra a far parte del Coro Edelweiss del CAI Torino, passatempo gradevole ma molto impegnativo: prove settimanali e numerosi concerti in giro per l’Italia e all’estero. Cultore delle vecchie canzoni di montagna in repertorio della SUCAI, registra su tre CD ben 117 canti, parole e canto a due voci (ma è sempre solo lui a cantare…).

Ultima fatica la pubblicazione nell’ottobre del ‘17 di “Nonno Flavio si racconta”, un volume di 200 pagine sulle quali Flavio racconta e illustra nei numerosi allegati, con la ben nota ironia e “piomla pì basa”, la sua vita. 

Della sua vita rotariana pochi sanno che il nostro Club nel 1965 gli assegnò una borsa di studio come “migliore studente alpinista”, per la qual cosa gli toccò tenere una relazione ai soci, potete immaginare con quale emozione. Figlio di rotariano, venne accolto nel Club nel 1991 e quasi subito tenne una presentazione su “Parlare con le macchine: fantasia o realtà”. Nel 1997 un’altra su “Internet” di cui fu particolarmente fiero: all’epoca quasi nessuno sapeva cos’era Internet e nella sua relazione prevedeva lo sviluppo che oggi è sotto gli occhi di tutti. Eletto Presidente nel 2006, cinquantesimo della fondazione del Club, realizzò il volumetto “Una ruota che gira da 50 anni” e nel 2016 l’aggiornamento “+ altri 10 … e sono 60!”.

Dopo la presidenza venne nominato Segretario e redattore del bollettino. Aggiungo a questo proposito, e sono parole sue “tenendo conto che avevo già fatto questo mestiere nel 1995, posso dire di aver fatto un numero esorbitante di relazioni, senza essere competente in nessuna materia. Ma con l’anno in corso (2017) cesso dal servizio e ritorno ad essere un “rotariano di base”.

Chiudo ricordando un episodio. Nel 1991, quando Flavio venne accolto nel nostro Club gli dissi che avevo preparato il mio coccodrillo (1) e che, per facilitargli le cose “nel caso in cui”, glielo avrei dato subito. Mi rispose “Aspetta, non si sa mai”. Parole tristemente profetiche!

Infine, un invito a tutti voi. Al termine di ogni concione i presenti, per educazione o per ringraziarlo di aver finito, rivolgono un applauso all’oratore. Ebbene questa sera vi invito a un gran battimano rivolto però all’indimenticato Flavio. Grazie.

(1) coccodrillo è un articolo commemorativo, già confezionato, sulla vita di un personaggio al fine da pubblicarlo appena giunta la notizia della sua morte